PLEASE PLEASE PLEASE (racconto con flashback, partorito sulla sdraio e dedicato a mio nipote)

Gregorio uscì dal riformatorio con un borsone 80x40x50 mezzo vuoto.

Si guardò a destra e a sinistra, scorse una panetteria appena all’angolo della strada, entrò e chiese: “Da quanto tempo è che avete aperto?”.

“7 anni, ragazzo. Non sei di queste parti?” rispose un uomo dai bicipiti che sembravano due delle ciriole esposte nel bancone.

Gregorio fece di no con la testa e si affrettò a ordinare un panino vuoto. Non aveva familiarità con le conversazioni da salotto e i convenevoli.

 

Il giorno prima di essere portato dai servizi sociali in Corso Curie, 34, indirizzo conosciuto da tutti gli abitanti della zona per essere una succursale del carcere minorile, aveva cercato di guardare attentamente i negozi, i palazzi, i sensi di marcia, gli alberi, le aiuole e persino i volti delle persone durante tutto il percorso.

Si era fissato nella memoria che il colore prevalente era il giallo, intervallato da qualche palazzo rosso pompeiano. Aveva visto un’edicola, due parrucchieri per signora, un operaio che scaricava un grosso vetro davanti ad un negozio di strumenti musicali, un barbiere, due ristoranti, una trattoria, un albergo di lusso con tanto di porta girevole e garzone in giacca bordeaux, una fontanella, un’immagine votiva sullo stipite di un vecchio palazzo e persone per strada vestite elegantemente. Nulla che lo interessasse, un paese troppo piatto, ecco cos’era che non andava.

Lo colpì una bambina con i capelli rossi e gli occhi verdi, che poteva avere la sua età se non fosse che a 9 anni dava ancora la mano alla mamma per attraversare. Era carina, un “cbcr”, un “cresci bene che ripasso”. Scorse anche un barbone con degli incredibili occhi azzurri seduto sotto un albero e per qualche secondo cercò di capire se fosse il vecchio Pio. Si battè una manata sulla coscia, tempo perso, non era lui. La camionetta girò e Gregorio potè seguire solo più gli alberi di tiglio che si susseguivano rapidi in Corso Curie, costeggiato da un lato dalle mura dell’ospedale e dall’altro da quelle del riformatorio. Erano in fioritura e il profumo dolciastro doveva avergli dato fastidio perché si portò una mano sul naso per evitare i conati, fino a che non arrivarono davanti al portone.

 

Libero a 18 anni.

Decise di fare un giro nel quartiere cercando di ritrovare qualcosa di conosciuto.

Mentre camminava, con un ghigno si confermò che non si era perso nulla. Le mani in tasca e le spalle strette nel giubbino troppo corto che gli era toccato in sorte tra quelli offerti all’istituto in beneficienza, si piantò davanti ad una ragazza e gli chiese puntandole gli occhi addosso “Hai una sigaretta?”.

“No, non fumo” rispose l’altra portando una mano alla borsetta e serrandosela a tracolla.

“Wow! Dovevo immaginarlo che una nasona come te non aveva certi vizi” le disse allontanandosi.

“Ehi, ragazzo, se vuoi fumare prendi questa!”. La voce veniva dal basso e Gregorio esitò un istante prima di riconoscere il barbone che aveva scambiato per Pio. Nel giro di poco seppero tutto quello che era sufficiente sapere delle loro vite. Sempre la stessa per uno – senza le gambe non vai lontano – sempre la stessa per l’altro – anche chi è detenuto fa più strada con la fantasia che non a piedi. Si salutarono con un abbraccio. Il vecchio sorrise “Ricordati quello che ti ho detto figliolo”.

 

“E potrò essere adottato?” chiese Gregorio alla Suora che lo aveva accolto nell’Istituto e che lo stava preparando all’incontro con la Direttrice.“Si, se farai il bravo. E’ capitato che qualche bambino sia stato chiesto in adozione tra quelli che sono qui in affido. Tu però sei qui anche perché hai rubato e questo complica le cose. E non una mela dal fruttivendolo, piccolo ladruncolo”.

“Io non avevo i soldi per comprarmela quella chitarra. Con uno strumento avrei potuto guadagnarmi qualcosa per vivere, avere un tetto sulla testa e poterle comprare le mele”.

 

L’ingresso dell’albergo gli sembrò meno lussuoso, l’omino in marsina non c’era più e la porta girevole si inceppava spesso nel vecchio zerbino. Entrò, dritto come se la colonna vertebrale fosse stata impilata da un filo magico teso verso il cielo. Concordarono una camera al piano terra in cambio di manodopera in cucina e piccole manutenzioni. La proprietaria, una signora sulla cinquantina decisamente in sovrappeso, era stata gentile, un po’ distratta forse, appesantita da una sonnolenza che pareva avere radici lontane. Un signore dalla vestaglia da camera bordeaux la chiamò perentorio dal piano di sopra, lei fece un fischio e da dietro una porta una ragazza seminuda corse su per le scale. Gregorio quasi ci rimase secco. Era la prima volta che intravedeva le nudità di una donna.

“Allora intesi. A stasera. La tua camera è quella senza numero in fondo al corridoio. Domani mattina c’è da iniziare con la perdita del sifone nella 6”. La voce della madama lo risvegliò da quello stupore eccitato, “Tieni! Sarai mica venuto dal mondo dei pony?” aggiunse mettendogli in mano una chiave con una pesantissima appendice in ottone bordata di gomma nera.

 

La cosa che gli era rimasta più impressa durante il breve viaggio verso il riformatorio era l’insegna del barbiere. Una specie di cilindro dalle strisce bianche, rosse e blu con sopra una lampadina bianca, che roteava accanto alla scritta “BARBIERE” creando un effetto ipnotico. Gli era sembrato un oggetto da star, non da barbiere, un cimelio che avrebbe potuto fargli compagnia durante gli esercizi alla chitarra se solo il colpo fosse andato a segno. E invece aveva fatto poche centinaia di metri prima di imbattersi in due poliziotti di zona allertati dalle grida del proprietario che, manco a farlo apposta, abitava dentro al negozio. Non gli era proprio andato a genio quel gesto di esser preso per un orecchio come un moccioso qualunque.

 

La scritta era rimasta sempre la stessa ma non c’era più traccia dello strano oggetto. Gregorio rimase qualche istante col naso per aria ad osservare al suo posto due grossi buchi sul muro che ne testimoniavano però la passata esistenza. Notò con piacere che il negozio non era solo un negozio di barbiere, di cui non avrebbe certo avuto bisogno, ma all’interno si svolgeva anche il servizio docce. Decise di entrare e lasciarsi coccolare dall’acqua calda e da un sapone profumato. Ravanò nel borsone e ne tirò fuori i capi migliori: un paio di pantaloni e una maglia pulita. Uscì rinnovato, con un sorriso compiaciuto si lisciò il petto col palmo delle mani e si avviò deciso.

 

Addosso aveva solo una canottiera e un paio di pantaloni corti sopra il ginocchio, ai piedi due polacchine e dei calzini spaiati e a vederlo si capiva subito che era un bambino solo, scappato ai servizi sociali. Anche se non avesse avuto sotto braccio una chitarra più grossa di lui che stonava in mezzo a tanta codificata povertà, i due poliziotti lo avrebbero fermato insospettiti. Cresciuto di colpo, si sentiva addirittura orgoglioso di stare seduto su quel cellulare con tanto di guardia accanto, come un gangster vero e proprio. Dopo le formalità con la Direttrice, una donna con un volto quadrato come un Telefunken e pochi capelli in testa, Gregorio fu portato nella stanza che avrebbe diviso con altri 5 ragazzi, la suora gli mostrò i bagni con le turche e dei lunghi lavandini con un tot di cannelle, al piano di sotto un odore di minestra e di verdure anticipava il refettorio, le tavolate piene di graffi ed incisioni lo incuriosirono. Si avvicinò per vedere meglio quando la suora tuonò “Ti ho forse detto di entrare nel refettorio?”. Con la coda dell’occhio aveva giusto fatto in tempo ad indovinare nell’intaglio la sagoma della stessa suora, con il suo cappello a 3 punte, che pendeva da un cappio e un bambino stilizzato che correva in un prato fatto di tante corte barrette verticali. Gli furono poi illustrate le aule scolastiche, la cappella, il cortile e l’oratorio, dove troneggiavano su di una piattaforma in pallets allestita a mò di palco, un pianoforte, una vecchia batteria, una tromba e un basso acustico. Lì capì che la cosa poteva funzionare.

 

Molte cose lo avrebbero interessato se fosse stato un bambino come quelli che vedeva per strada, ai quali giovani mamme compravano gelati e distribuivano carezze. Ora certe cose lo disgustavano persino, roba da mammolette. L’unica cosa che lo riportava ad un umore buono, un umore benevolo e privo di astio, che anche lui non avrebbe saputo definire, nemmeno ora che aveva raggiungo l’età della ragione ed era stato timbrato il suo lasciapassare di maggiorenne, era la musica. Fu per questo che le gambe lo portarono davanti al negozio di strumenti musicali. Il proprietario era molto cambiato, invecchiato male, i due baffi, un tempo da seduttore, ora lo rendevano più somigliante ad un Sancho Pancha. Non lo riconobbe. “Desidera?”

 

La volontà che aveva messo Gregorio nello studio della musica aveva sorpreso la sua insegnante. Ci si era impegnato davvero con tutta l’anima, e non solo perché Francesca era la più carina e giovane del corpo docente dell’Istitituto. Aveva atteso pazientemente di avere 10 anni per poter far parte del complesso della scuola e poter suonare nei sabati e domeniche in cui gli allievi, quelli come lui o quelli che non avevano i genitori che li venivano a prendere, restavano dentro e improvvisavano feste e giochi vari. Francesca era anche una tipa forte. Ascoltava musica rock e la contrabbandava durante le lezioni. Il suo gruppo preferito, era presto diventato il preferito di molti, abbindolati dal suo sorriso e dalla sua vivacità così distante e distinta dalla mortifera aria delle suore e dei vecchi insegnanti. Dal canto suo Francesca era sempre ligia nell’offrire di sé un’immagine di serietà e affidabilità cristiane, vestita di tutto punto fino a tenere chiuso anche l’ultimo bottone del colletto. “Tac, tac tac” la bacchetta dava l’inizio di un “Alleluia”. Quando passava una delle suore, si voltava, le annuiva con la testa e il braccio mentre il coro e gli strumenti attaccavano per poi lentamente finire sugli accordi di “Fall on me” dei REM, quando non c’erano orecchie indesiderate nei dintorni. Erano note felici.

 

Steso sul letto, le braccia incrociate dietro la nuca, pensò che il bilancio di quella prima giornata da uomo libero era più che positivo. Aveva un tetto, un lavoro, uno pseudo padre e una chitarra di seconda mano ma per lui nuova fiammante. Spense la sigaretta e la luce e si addormentò come mai gli era capitato prima.

 

Dormire bene non era facile in istituto. Per quanto le suore passassero minacciando severe punizioni, il silenzio calava solo a tratti. Gran parte del casino lo facevano i ragazzi più grandi che durante la notte pianificavano fughe, fumavano di nascosto, si masturbavano in ogni modo nel tentativo di simulare un rapporto vero con una donna. Gregorio no, le ragazze erano una cosa troppo lontana e irraggiungibile e ci aveva messo una pietra sopra. Lo prendevano in giro per questo ma lui si scherniva con un’alzata di spalle “Io andrò direttamente al sodo, mica come voi che ve lo consumate a forza di seghe”.

 

Bussò per scrupolo alla porta della camera n. 6. Come supponeva la stanza era libera visto che non ebbe nessuna risposta. Aprì gli scuri della finestra e si girò per cercare il bagno e il lavandino cui riparare il sifone. Un corpo disteso prono sul letto, disegnava una linea sinuosa al di sotto delle lenzuola tirate fin sopra la testa. Solo una lunga ciocca di capelli restava fuori. Socchiuse gli scuri tanto quanto basta per poter rimanere in silenzio a contemplare quella statua sepolta, le braccia piegate ma allargate e il corpo leggermente flesso le conferivano un aspetto di volo ad un profilo di angelo. Gregorio si accovacciò ai piedi del letto e, pianissimo, iniziò a tirare le coperte, millimetro dopo millimetro, fino a scoprirle il volto. Allora girò carponi intorno al letto fino a raggiungere il lato dal quale poterla guardare in viso. Si sentì avvampare come se gli avessero versato del rhum nel sangue.

 

Il giorno in cui Francesca, rimasti soli dopo le prove, lo fissò così profondamente negli occhi da fargli venire uno strano nodo allo stomaco e poi, a pensarci bene, anche più in basso, lui si lasciò scappare una frase tagliente, da gradasso, che la fece ritrarre. Era stato solo poche settimane prima di uscire. Ci ripensò spesso, vergognandosi di aver intuito che dietro quello sguardo ci fosse la richiesta di un bacio e del fatto di non essere riuscito a far nulla, nemmeno a darle quella canzone che aveva scritto per lei.

 

Uscì dalla stanza n. 6 con attenzione, risalì con la chitarra e si sedette non troppo vicino per non spaventarla.

Il silenzio era interrotto solo dall’immaginario rumore del pulviscolo che si agitava filtrando dal taglio degli scuri lasciati semichiusi. Cominciò a suonare piano.

Un braccio si stirò sbucando dal lenzuolo insieme ad una massa di capelli fulvi e ad un ovale pallido ed incerto. Si tirò su, rannicchiò le ginocchia e vi si appoggiò. “No, non fermarti per favore, vai avanti, è bellissima e per me è il miglior risveglio potessi desiderare… per favore”.

“Non ti stupisce avere un estraneo nella camera?”

“Direi di no, ne vedo talmente tanti di estranei, buoni e cattivi. Dio sa se vorrei fare una vita normale. E tu? Sei buono o cattivo?”

“Avrei potuto essere un uomo cattivo, ma credo di aver scelto di essere buono. In ogni caso non potrei mai essere cattivo con te…”

“Sarebbe la prima volta per me, crederci”

“Non sarebbe la prima volta per me desiderare che qualcuno ci creda davvero…”

“Per favore, riprendi a suonare. L’hai scritta tu? Come si intitola?”

“Si, si intitola Please, please, please…”

“Good times for a change

See, the luck I’ve had

Can make a good man turn bad

So please please please please

Let me, let me, let me

Let me get what I want this time

Haven’t had a dream in a long time

See, the life I’ve had

Can make a good man bad

So for once in my life

Let me get what I want

Lord knows, it would be the first time

Lord knows, it would be the first time”

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Se fossi un animale, sarei un uomo.
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2 risposte a PLEASE PLEASE PLEASE (racconto con flashback, partorito sulla sdraio e dedicato a mio nipote)

  1. edp ha detto:

    ho in mente i gregorio che ho visto, quanti sono, e quanto diversi, e non lo so il perché ma il mio finale sarebbe stato amaro, parecchio più amaro. Ma forse sono solo sfiduciata in questo periodo, e poi passa.

  2. gra ha detto:

    Posso immaginare. Ma pensando a mio nipote non ho potuto immaginare un finale senza speranze.
    (che licenze a parte, una famiglia nel suo caso c’è, nel bene e nel male).

Prego, per di qua...

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