PROBLEMI DI CUORE

mammapacemaker

Un we che doveva essere tutt’altro.
Dell’ospedale San Camillo di Roma ricordavo interminabili corridoi, le stanze grandi con almeno 6 posti letto e i bagni in comune in fondo, come quelli di scuola, con tante porticine cui si accedeva da un locale unico dove c’era un lavatoio a più cannelle.
Era il 1977, avevo 9 anni e mio padre era ricoverato per un distacco di retina che lo tenne immobile per 3 mesi.
Dovevamo fargli tutto perchè non poteva assolutamente muovere la testa. E lui con una pazienza infinita e uno spirito invidiabile anche al Buddha più navigato, ha sopportato.Fu l’unico infatti che riuscì a non perdere completamente la luce dell’occhio. Gli altri urlavano, bestemmiavano e imprecavano contro i familiari.Lui no. Lui si faceva imboccare dalla sua figlia novenne che gli diceva “Papà, apri la bocca tantissimo adesso, come un leone perchè questo è un boccone enooormeee!”. E lui apriva più che poteva mentre un pisellino, l’ultimo rimasto in fondo al minestrone, gli calava nel gargarozzo. Tutto quello che mi diceva mentre io ridevo era “Sei una peste…potevi strozzarmi!”, ma veniva da ridere anche a lui.

Non era un periodo facile.
Perchè anche mia sorella era ricoverata, per di più in un altro ospedale.
Mia madre praticamente dormiva sugli autobus, essendosi sempre rifiutata di prendere la patente, e io le facevo da sentinella avvisandola che dovevamo scendere alla fermata successiva, ricordandole di prendere le carabattole, aiutandola a casa a preparare i cibi per il giorno dopo.

Però a pensarci bene non sono mai stata triste, né mi sono mai sentita sacrificata. La contingenza, anche la più negativa, era vissuta non con bonaria rassegnazione ma con impegno e dignità misti ad una certa nonchalance, come un piatto non particolarmente gradito, che per non offendere il cuoco, mangi fino alla fine; consapevoli che la mensa della vita non offre solo quelli ma è ricca anche dei nostri piatti preferiti o di quelli che non conosci e ti stupiscono con i loro sapori nuovi o di quelli che ti ritrovi a mangiare con persone che ti fanno stare bene. Quindi niente storie se arrivano i momenti più duri.

Tutto questo mi ha investito giovedi scorso, entrando nel cortile di questo grande ospedale romano, che conserva un certo fascino con i suoi pini e le sue palme, gli edifici anni 30 con le persiane verdi sul fondo giallo, mortificati solo dai padiglioni ad edilizia anni 70.

Questa volta, ad essere imboccata era mia madre, da una figlia non diversa da quella di 36 anni fa (almeno per l’indole).

Dei miei posso solo dire che hoi avuto fortuna ad essere cresciuta con due genitori indipendenti e coraggiosi, pazienti ed energici, lungimiranti e buoni, di una bontà dimenticata e caduta in disuso. Di quelli che “Vai, io sto bene…ti chiamo se ho bisogno. Sei a Torino mica all’altra parte del mondo!”

Ed eccomi qui, di nuovo a casa, dopo questi 5 gg volati tra le stanze bianche, il linoleum grigio e le finestre di alluminio anodizzato color sponda del letto.
E’ andato tutto bene anche se con qualche imprevisto.
Ma sia io che mia madre lo sapevamo già che era una prova come tante altre…che saremmo tornate a casa ascoltando in macchina quella canzone che le piaceva della festa dei miei 30 anni…

Una menzione speciale ai baristi romani, che ti fanno tornare il sorriso anche se sei ingrugnita con l’universo.
E a M. con special guest Bibi e D. e a L. che mi hanno fatto passare tre ore come se fossi in vacanza! 🙂

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Se fossi un animale, sarei un uomo.
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5 risposte a PROBLEMI DI CUORE

  1. Raimondo ha detto:

    Scrivere “a cuore aperto” (per restare in tema medico) come fai tu, è una cosa bellissima. Anche se voi già sapevate che sarebbe andato tutto bene io sn cmq sollevato dal sentirlo.
    Torna presto!

  2. Raimondo ha detto:

    PS: Quella canzone è sempre una chicca…

  3. edp ha detto:

    Per fortuna, passato tutto, passata la paura.

    • graziaballe ha detto:

      Certo avrei preferito gli outlet! 😉
      Devo dire che lei è davvero brava a non far sentire in noi figlie, entrambe lontane, il peso della solitudine. Io non so se riuscirei ad esserlo altrettanto con mio figlio!
      E infatti siamo noi a rosolare nel senso di colpa e nella paura che arrivi il peggio e noi non si sia lì in tempo! :/

Prego, per di qua...

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